Le origini dell’eBook

Fu all’inizio degli anni Settanta che Alan Kay e Micheal Hart mossero, quasi contemporaneamente, i primi passi verso lo studio rispettivamente delle interfacce di lettura l’uno e la digitalizzazione e la codifica dei testi l’altro.

In un periodo storico in cui i computer erano costituiti da grossi mainframe, costosissimi e riservati all’uso di pochi specialisti, Alan Kay iniziò a riflettere sulla possibilità di realizzare dispositivi personali portatili e capaci di funzionare come estensioni di strumenti di uso comune quali i libri. Fu in quel contesto che, nel 1968, iniziò a lavorare a un prototipo di ‘libro dinamico’, il Dynabook1, un computer portatile con funzioni di supporto alle attività di lettura, scrittura e apprendimento. Il modello realizzato da Kay anticipava in modo sorprendente la forma dei principali eBook readers odierni. Nel Dynabook, infatti, al contrario dei portatili attuali, tastiera e schermo erano disposti in un unico dispositivo rigido a tavoletta, un design che sicuramente pose dei limiti nella sua usabilità in quanto strumento di scrittura, ma che si rivelò estremamente adatto alla lettura, in particolare lean back.

All’epoca delle ricerche di Kay e della sua principale collaboratrice, Adele Goldberg, non era ancora disponibile la tecnologia idonea alla realizzazione di questo tipi di dispositivi. Tuttavia la portata innovativa e predittiva di queste ricerche fu tale da costituire un pilastro alla successiva evoluzione degli eBook reader. La forza dell’intuizione di Kay si rintraccia proprio nei presupposti teorici del suo lavoro e, in modo particolare, nell’esplicito richiamo al modello ‘libro’. Per Kay il Dynabook sarebbe dovuto essere “un personal computer portatile e interattivo, con la stessa accessibilità di un libro”2. Kay intendeva sviluppare un dispositivo che consentisse la lettura senza presentarsi come un surrogato tecnologico della carta stampata, offrendo nuove proprietà e funzionalità al potenziale fruitore e individuando contemporaneamente elementi di continuità e di rottura nel rapporto tra il nuovo dispositivo e il libro tradizionale.

Roncaglia sottolinea come la ricerca di Kay avesse messo in luce in modo chiaro l’ipotesi di dispositivi in grado di coniugare la cultura legata alla tradizione del libro e le nuove funzionalità multimediali e ipertestuali che lo sviluppo della scienza informatica stava progressivamente introducendo.3

In un’altra direzione, ovvero la creazione di testi leggibili in formato digitale, si spinse invece il progetto di Michael Hart: realizzare una vera e propria biblioteca di testi elettronici disponibili in rete.

Nell’estate del 1971 Hart ottenne un account per accedere come operatore al mainframe Xerox Sigma V del Materials Research Lab. dell’Università dell’Illinois. L’account consentiva ad Hart l’uso del mainframe per 9 ore al giorno per un ‘tempo macchina’ pari a cento milioni di dollari.

Partendo da un’intuizione rivoluzionaria per l’epoca, Hart riconobbe che il grande valore rappresentato nel computer per il futuro non fosse tanto nella computazione ma “nell’archiviazione, nel recupero e nella ricerca di ciò che è conservato nelle biblioteche”4. La definì ‘Replicator Techology5 ovvero rendere informazioni, libri e documenti disponibili al grande pubblico all’infinito e con costi estremamente bassi in formati che la maggior parte dei computer, dei software e delle perone potessero facilmente leggere e analizzare.

Sulla base di queste convinzioni, nel luglio del 1979, Hart diede avvio al Progetto Gutenberg6. I contenuti di tale progetto, gli e-texts o electronic texts sarebbero dovuti risultare poco costosi e di facile utilizzo. Il primo testo digitalizzato, la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, venne trascritto manualmente da Hart in sole lettere maiuscole, in quanto i terminali dell’epoca non prevedevano l’uso delle minuscole, e utilizzando il Plain Vanilla ASCII (ASCII puro a 7 bit).

Il progetto procedette a ritmi molto lenti anche a causa dello ‘spazio macchina’ al tempo troppo prezioso, rivelando antieconomica l’idea di allocarne in permanenza una parte per conservare un file di testo.

Nel 1975 tuttavia, grazie anche al gruppo di collaboratori che si creò attorno al progetto di Hart, si arrivò alla digitalizzazione di un testo di dimensioni considerevoli: la Costituzione Americana. Negli anni Ottanta, complice l’introduzione e la diffusione dei primi personal computer, Hart riuscì ad affrancarsi dal problema dello ‘spazio macchina’ del laboratorio universitario, creando una propria rete domestica di PC. Il gruppo di lavoro si arricchì di nuovi volontari che intrapresero la digitalizzazione di testi di dimensioni sempre più consistenti quali la Bibbia e le opere di Shakespeare. La vera esplosione del Progetto Gutenberg in ogni caso si ebbe negli anni Novanta: un libro al mese nel 1991, due nel 1992, quattro nel 1993. Nel 1994 la biblioteca conta 100 libri con un ritmo di 8 libri al mese che raddoppia nel 1995 e nel 1996. Nel 1997 si arrivò a 1000 testi digitalizzati, nel 2003 a 10.000 e nel 2009 a oltre 30.000.7

Durante tutto questo periodo Hart rimase tuttavia fedele alla codifica del solo testo dell’opera e all’uso del formato ASCII. La scelta di Hart si basa sulla personale convinzione che l’utilizzo del formato ‘solo testo’ fosse l’unico in grado di garantire l’accesso ai testi da parte di tutti gli utenti. Convinzione che mantenne anche quando, in anni più recenti, si affermarono linguaggi di mark-up e standard creati appositamente per avvicinarsi il più possibile all’aspetto del libro cartaceo. La scelta del formato ’solo testo’ di Hart ha dei limiti indubbi, come l’impossibilità di includere metadati di corredo al testo, ma ha altresì favorito il coinvolgimento di un crescente numero di volontari anche senza competenze specifiche sulle tecniche di marcatura.

Furono proprio i collaboratori del progetto che negli anni Novanta sostituirono al termine ‘e-text’ quello di ‘eBook’ per definire i testi elettronici digitalizzati esprimendo in pieno la convinzione di Hart secondo la quale quando si parla di libro elettronico’ si fa riferimento solo al contenuto prescindendo dal formato e dagli strumenti di fruizione.

L’iniziativa di Hart anticipò, per la sua totale gratuità e libertà che ne caratterizza il servizio e per l’idea che l’accesso a questa prima grande biblioteca digitale potesse avvenire in rete, il movimento culturale che in anni successivi si svilupperà a favore dell’open content e dell’open access. Il modo stesso in cui il progetto fu realizzato, volontario e collaborativo, rappresenta in sé un prologo di quello che saranno le esperienze successive di editing collaborativo su larga scala quali Wikipedia.


Fonti

1 Per una presentazione tecnica si rimanda a Alan Kay e Adele Goldberg, Personal Dynamic Media, in «Computer», 10, n. 3, 1977. Mentre la presentazione video è disponibile su YouTube

2 Alan Kay, The Dynabook Revisited. A Conversation with Alan Kay, 2002, in The Book and the Computer

3 Cfr. Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Roma, Edizioni Laterza, 2010, p. 96-99

4 Micheal Hart, The History and Philosophy of Project Gutenberg, 1992

5 Jay David Bolter, Richard Gruisin, The World Wide Web, in David Crowley, Paul Heyer (a cura di), Communication in History: Technology, Culture, Society, London, Routledge, Taylor & Francis Group, 2016, 6° ed., p. 299

6 Si rimanda al sito, Free ebooks by Project Gutenberg, Gutenberg

7 Cfr. Roncaglia 2010, p. 101

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