Gli eReader e altri device — un susseguirsi di generazioni

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La prima generazione di dispositivi dedicati

Il primo, seppur breve, successo degli eBook avvenne tra il 1998 e il 2001, soprattutto grazie alla prima generazione di lettori dedicati: il Rocket eBook della Nuvomedia, presentato alla Fiera del Libro di Francoforte nel 1998, e il Softbook della Softbook Press.1 Si trattava di lettori portatili a forma di tavoletta del peso di circa un chilo, dotati di schermi monocromatici a cristalli liquidi e sensibili al tocco. Il Softbook inoltre era dotato di un modem interno che consentiva di scaricare i libri elettronici direttamente da Internet.

Nonostante fossero stati presentati come strumenti in grado di portare nel mondo della lettura digitale la fruizione lean back, non riuscirono a soddisfare appieno i requisiti di mimicità e di autosufficienza, esibendo una lettura assai più scomoda che su carta.2

Interessante invece come, proprio in questi anni, utenti in cerca di tutt’altre funzionalità, scoprirono le potenzialità di dispositivi non dedicati, come i personal digital assistant (PDA)3 o i primi smartphone, che offrivano la comodità di avere sempre con sé anche contenuti da leggere. Un pubblico certo limitato, orientato alla tecnologia, ma che nel corso degli anni, come si vedrà, andrà in continuo aumento.

Il flop della prima generazione di dispositivi dedicati, come ho accennato, non arriva in una situazione in cui sia possibile prenderlo alla leggera: è tutto il comparto dei new media e delle tecnologie legate alla rete che con l’esplosione della cosiddetta ‘dot-com bubble’, la bolla speculativa delle aziende Internet, si ritrova in crisi. Il Nasdaq, l’indice borsistico legato alle nuove tecnologie, scende dal picco di oltre 5.000 punti raggiunto nel marzo 2000 ai valori sotto i 1.150 punti dell’ottobre 2002: in due anni, il mercato ha perso tre quarti del suo valore. Per rendersi conto della portata del crollo, basti pensare che al 1 febbraio 2010 il Nasdaq non ne ha recuperato neanche la metà, con l’indice poco sopra i 2.100 punti, e che nel pieno dell’ultima crisi borsistica, nel marzo 2009, navigava nuovamente sotto i 1.500 punti.4

In un contesto così catastrofico, diventò difficile pensare ad aggiustamenti o a piccoli progressivi miglioramenti tecnologici: chi aveva investito nel settore eBook indietreggiò, chi non vi aveva ancora investito, evitò accuratamente di farlo.

Nell’oscillazione di significato che si è individuata in partenza, tra eBook come dispositivo fisico di lettura e eBook come contenuto digitale, il pendolo in quegli anni si mosse decisamente verso la seconda direzione. Il mondo degli eBook, ancora lontano dal dotarsi di dispositivi dedicati alla fruizione lean back, si concentrò, potenziato enormemente dallo sviluppo del web, sulla modalità di fruizione che meglio corrispose agli strumenti disponibili: il lean forward.

Questa forma di rimozione delle situazioni di fruizione lean back, con l’aggravante dato dal forte aumento di attenzione nei confronti dei contenuti disponibili in rete, rafforzò uno dei più diffusi — e insidiosi — luoghi comuni legati alla testualità elettronica:

quello secondo cui la fruizione digitale può funzionare per opere di reference, e non può invece funzionare per la letteratura e le opere che corrispondono a grandi linee alla categoria editoriale della ’varia’: saggistica e divulgazione caratterizzate da un impianto fondamentalmente lineare e da una struttura comunque in qualche misura narrativa.5

In questa prima battaglia, il libro cartaceo ottenne una vittoria netta, ma le caratteristiche delle tecnologie e la scoperta modalità di fruizione del testo elettronico, divennero in quegli anni un fattore determinante non solo per la riflessione teorica contemporanea, ma anche per la proiezione di questa sul futuro.

La seconda generazione: l’ePaper

Un secondo tentativo venne portato avanti attorno al 2004-2005, anni in cui si affacciò sul mercato una nuova tecnologia: l’ePaper.

Come mostra Roncaglia, l’idea di base, su cui si è cominciato a lavorare addirittura all’inizio degli anni Settanta, è piuttosto semplice. Si pensi a una cartellina trasparente, costituita da due sottili fogli di plastica e al cui interno si trova un foglio di carta stampato il cui contenuto è possibile leggere senza sforzi. Così come la cartellina, anche la carta elettronica si basa su due sottili strati plastici trasparenti, sovrapposti e sigillati, al cui interno si trovano minuscole (circa un micron, un millesimo di millimetro) capsule sferiche bianche e nere. Le sferette bianche sono caricate positivamente, quelle nere sono caricate negativamente. A loro volta, i due strati di plastica trasparente sono percorsi da un fittissimo reticolo di cellette o pixel, ciascuno dei quali può essere caricato positivamente o negativamente. Questo consente di far emergere a comando, per ogni punto dello schermo, le sferette bianche o quelle nere.

L’impressione finale è quella di trovarsi davanti una pagina che ricorda un foglio stampato: un foglio di plastica, di color grigio chiaro e con un aspetto un po’ lucido, simile alla carta patinata. La risoluzione è comunque ottima, e su schermi dalle dimensioni sufficientemente grandi, permette una buona resa anche di pagine in formato PDF.

Un eBook basato sulla tecnologia eInk, proprio come le pagine di un libro cartaceo, non emette luce ma riflette soltanto. Questo significa che la quantità della luce è direttamente proporzionale alla qualità della lettura. Un ulteriore vantaggio è la durata della batteria. Il consumo di corrente è infatti ristretto al momento in cui si riconfigura la posizione delle sferette bianche e di quelle nere.

Tra i dispositivi rintracciabili in questa categoria6, si citano il primo, oggi quasi dimenticato, Sony Libriè7, uscito sul mercato giapponese nel 2004, e il Kindle8 di Amazon, uscito fra il 2007 e il 2008.

Entrambi i dispositivi però adottarono un formato proprietario con una singola fonte privilegiata di contenuti, la Publishing Link per il Sony Librè, e, seppur “la più grande biblioteca del mondo”9, Amazon per il Kindle.

Come ulteriori svantaggi, che fanno pensare a un’ulteriore sconfitta a discapito del libro elettronico, troviamo: la lentezza nel passaggio da un’immagine all’altra — circa un secondo — impedendo la visualizzazione di immagini in movimento e video e creando disturbo alla lettura.10

La comodità rappresentata dal potersi portare dietro, su un unico lettore, un’intera biblioteca di titoli e la discreta leggibilità costituiscono comunque un mix che anche il cancelliere Tusmann [personaggio de La scelta della sposa (Die Brautwahl), racconto scritto da Hoffmann, un appassionato bibliofilo che trova un libro fatato che può convertirsi in qualsiasi opera si desideri leggere] troverebbe attraente.11

Per la prima volta l’esperienza di lettura si avvicina, per qualche misura, a quella su carta. Inoltre, si devono considerare i grandi margini di miglioramento che la tecnologia ePaper può avere, come l’avanzamento che si sta compiendo verso schermi con inchiostro elettronico a colori — ormai raggiunte le 32.000 sfumature di colore12.

D’altro canto, come afferma Roncaglia, neanche i lettori basati sull’ePaper riescono a raggiungere il libro su carta in termini di comodità d’uso, nonostante siano i primi che possano aspirare ad affiancarlo in maniera ragionevolmente diffusa. 13

La terza generazione

Negli stessi anni di uscita dei primi dispositivi di lettura dedicati, pensati per una fruizione lean back, e sulla scia dei palmari avviati a un’ibridazione con gli smartphone, altri device sembrano concorrere per sorpassare il formato libro cartaceo.

Lo smartphone più famoso, e quello che ha rivoluzionato il mercato, è indubbiamente l’iPhone14 della Apple:

se il dato stimato di un milione e mezzo di Kindle venduti sembrava sorprendete, va considerato che si tratta di meno del 5% dei circa 34 milioni di iPhone che si calcola siano stati venduti più o meno nello stesso periodo, fino al dicembre 2009.15

L’iPhone, preso fin da subito come modello da seguire, ha portato allo sviluppo di dispositivi che avrebbero dovuto possedere due qualità necessarie per la sopravvivenza sul mercato: raggiungere da un lato la stessa qualità dello schermo e la sua sensibilità al tocco, e dall’altro la funzionalità dell’interfaccia disegnata da Apple, con le sue icone colorate dalle funzioni immediate e intuitive.

La qualità dello schermo è legata in parte alla risoluzione e in parte alla buona qualità dei componenti, garantendone colori vividi e luminosi. Tutti i dispositivi di visualizzazione digitali si basano sulla scomposizione dello schermo in pixel. Questo significa che, a parità di dimensione, più pixel ci sono più l’immagine apparirà ‘densa’ e ben definita.

Faccio un esempio. Un ipotetico monitor con diagonale 15 pollici, corrisponde a un rettangolo con base lunga 12 pollici e altezza lunga 9 pollici. Se la base è lunga 12 pollici, e corrisponde a 1024 pixel, vuol dire che in ogni pollice lineare entrano circa 85 pixel: il monitor ha dunque una ‘densità’ effettiva di 85 ppi (‘pixel per inch’, pixel per pollice). Un libro a stampa, invece, ha di norma una risoluzione di almeno 300 dpi (‘dot per inch’, punti per pollice). La risoluzione di uno dei primi iPhone usciti sul mercato è di 480×320 pixel ma per una lunghezza che corrisponde a 3 pollici. La ‘densità’ dell’immagine, quindi, arriva a un valore di 163 ppi, quasi il doppio del monitor preso in esempio. Se già nel 2010 Roncaglia affermava che l’iPhone fosse

pronto per essere utilizzato come dispositivo per la lettura di un eBook, scomodo per le ridotte dimensioni ma capace di garantire una discreta qualità nella resa del testo.16

Oggi, con la risoluzione raggiunta dall’iPhone 6 di 326 ppi, l’argomento per cui il libro a stampa si presenta in maniera più nitida e definitiva dello schermo digitale — argomento che verrà ripreso nel quarto capitolo — non corrisponde più alla realtà.

Ovviamente non si tratta di dispositivi dedicati, le dimensioni non sono quelle che dovrebbe avere un lettore di eBook — anche se i modelli di ultima generazione raggiungono, e in alcuni casi superano, i 5 pollici — e, a differenza dell’ePaper, lo schermo emette luce, caratteristica che, per alcuni lettori, sembra stancare la vista. Dunque, i requisiti per un buon dispositivo di lettura ancora una volta non sono stati raggiunti, ma davvero per poco.

Il continuo successo per questi dispositivi, e il continuo miglioramento della qualità degli schermi (come gli schermi OLED o gli schermi a cristalli liquidi di ultima generazione), ha portato comunque allo sviluppo di dispositivi non dedicati alla lettura ma adatti, per la loro forma, la dimensione dello schermo e il peso, alla lettura lean back: i tablet.

Il primo tablet di questo tipo uscì nel 2000, quando Microsoft presentò un proprio concept basato su Windows XP.17

Il vantaggio dei tablet risiede soprattutto nel fatto che possono essere usati anche lontano dalla scrivania, ad esempio in poltrona, senza bisogno di appoggiarsi a un piano di lavoro.

L’idea è comunque quella di creare dispositivi che siano multifunzione non dedicati, seppur di dimensione e forma adatte alla lettura (ma anche alla visualizzazione in video, o alla scrittura): più o meno la dimensione di un libro o di un quaderno, e comunque più grandi di uno smartphone, basati su display touch screen ad alta risoluzione e di alta qualità. Non sarebbero in primo luogo dispositivi lean forward, ma dispositivi nati per il lean back portatile.


Fonti

1 Per maggiori informazioni si rimanda a David Strom, E-Books: Still an Unfinished Work, Computerworld, 19 luglio 1999, p. 76 e al sito, Project Gutenberg Blog: New eBooks, Newsletters and Stats

2 Il principio di mimicità è riconoscibile nella posizione di Geoffrey Nunberg che in Geoffrey Nunberg, The Places of Books in the Age of Electronic Reproduction, in R. Howard Bloch e Carla Hesse, Future Libraries, Berkeley, University of California Press, 1995, p. 18, afferma: “Perhaps someday the book anche the elettronico display will converge in an elettronico display so this and flebile that it is all but indiscernibile from a printer page. […] But if such a convergente does take place, it will be because the technology has become for all purposes invisible. Phenomenally, the elettronico book will have to handle like a book, just as the electronic piano has to handle like a piano.” Il principio dell’autosufficienza, invece, parte dal presupposto che abbia senso parlare di libro elettronico solo nel caso in cui il dispositivo di lettura consenta di leggere un testo abbastanza lungo (assimilabile appunto a quello di un libro tradizionale) senza sentire la necessità di stamparlo.

3 È possibile trovare una descrizione tecnica sul sito CCM – Community di assistenza e consulenza

4 Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Roma, Edizioni Laterza, 2010, p. 128

5 Ivi, p. 131

6 Per un’analisi dettagliata dei diversi dispositivi e delle loro caratteristiche si rimanda alla voce Comparison of e-book readers, in “Wikipedia, the free encyclopedia”, oppure cfr. Marco Jamet, Ecco i nuovi compagni di viaggio, Media World Magazine, 12 (2010), 5, p. 20-29

7 Per una descrizione si rimanda a Roncaglia 2010, p. 138

8 Si rimanda all’articolo di Ilaria Greco, Amazon Kindle: com’è cambiato dal 2007 ad oggi, 14 maggio 2014

9 Roncaglia 2010, p. 140

10 Cfr. Teresa Lupia, Mirko Tavosanis, Vincenzo Gervasi, Editoria Digitale, UTET, 2011, pp. 86-87

11 Roncaglia 2010, p. 141

12 Riccardo Palombo, E-Ink presenta Advanced Color ePaper (ACeP). Il pannello a colori in video, HDblog, 2016

13 Cfr. Roncaglia 2010, p. 146

14 Walter Isaacson, Steve Jobs, Milano, Mondadori, 2011, pp. 500-510 e la prima recensione in: David Pogue, The iPhone Matches Most of Its Hype, The New York Times, 27 giugno 2007, e una sintesi fatta da repubblica.it sulla storia dell’iPhone, iPhone, la storia del melafonino in otto modelli di smartphone Apple

15 Roncaglia 2010, p. 148

16 Roncaglia 2010, p. 150

17 Tablet PC Brings the Simplicity of Pen and Paper to Computing, Microsoft, 2010

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